Somewhere in Kenya: Magadi

La giornata di oggi prevede una gita giornaliera al lago Magadi, il lago più a sud della Rift Valley kenyana, a pochi Kilometri dal confine con la Tanzania. Il Lago Magadi è un posto unico, vi farà sentire  vulnerabili e fuori dal mondo. Magadi e’ un lago alcalino con una superficie di 104 km². Si trova in una delle zone più calde e aride del Kenya (le temperature raggiungono i 40-50 gradi) ed è circondato da colline vulcaniche che riversano grandi quantità di carbonato di sodio nelle sue acque. La mancanza di emissari e l’evaporazione dell’acqua fanno aumentare la concentrazione di sali a tal punto che la sua superficie è completamente ricoperta da uno strato rosa di soda cristallizata.

I fenicotteri rosa sono una delle poche specie animali in grado di vivere nel lago; essi si nutrono delle alghe che vivono nelle sue acque. A Magadi sono state girate alcune scene del film The Constant Gardener di Fernando Meirelles dal titolo basato su un libro di John La Carré.
Sulla carta (google map intendo) arrivare a Magadi è semplice, veloce: la distanza è di soli 120 Km. In realtà il viaggio verso Magadi è un agonia soprattutto per il guidatore. Si superano le colline di Ngong, si passa Kiserian e da lì si entra nella Magadi Road, un costante saliscendi all’interno di una strada stretta e tortuosa. La strada è sempre e comunque deserta, da quando entrate sulla Magadi Road e fino alla città di Magadi non incontrerete più di 3-4 macchine. I paesaggi che s’incontrano sono fantastici, un alternarsi continuo di coreografie naturali.
Incontrerete campi agricoli verdissimi e rigogliosi; zone aride con terreni di color ocra che ricordano il Far West di “Lo chiamavano Trinità” ; zone  iper ventose dove piccoli vortici di aria attraversano il paesaggio…e a volte anche la strada facendo ballare il matatu; zone completamente bianche e alcaline. In tutto questo più si procede e più la strada diventa un campo minato con buche e voragini che lentamente s’impadroniscono del manto stradale. Il guidatore cercherà di evitare le buche, evitare di far star male i passeggeri ma allo stesso tempo cercherà di procedere il piu’ velocemente possibile scongiurando possibili problemi meccanici. Siamo a pochi chilometri dalla capitale del Kenya ma siamo nel nulla.
Arrivati all’entrata di Magadi c’è una sbarra e un posto di blocco. Una poliziotta kenyana visibilmente contrariata deve alzare il suo culone tipicamente africano da una comoda seggiola all’ombra per avventurarsi sotto il caldo sole di Magadi e raggiungere il nostro matatu. Sembra di vedere una slow-motion, con una calma olimpica la poliziotta si avvicina al matatu.
Lo sguardo serio pian piano lascia spazio allo stupore e poi a una gran risata quando vede dei wazungu (termine utilizzato per identificare i bianchi in Kenya) schiacciati in un matatu. Ci chiede cosa ci ha spinto ad arrivare fino a Magadi. Si ride e si scherza. Ci fa firmare su un quaderno il nostro passaggio. Passata la sbarra davanti a noi un paesaggio bicolore, bianco e rosa, che ci accompagnerà durante tutta la nostra permanenza in riva al lago. Per strada incontriamo Toikan, un maasai trasformista che ci chiede un passaggio in macchina e dopo 30 secondi circa diventa la nostra guida ufficiale a Magadi. Entriamo nel ‘centro’ di Magadi che altro non è che un’ordinata accozzaglia di anonimi e omologanti casermoni che ospitano i lavoratori dell’azienda Magadi Soda che estrae bicarbonato di sodio destinato principalmente all’esportazione. Continuiamo e incontriamo le abitazioni della classe dirigenziale dell’azienda, casette singole abbastanza grandi che crescono a destra e a sinistra della strada. Per ultimo c’è pure uno sport club e il campo da golf più arido del mondo.
Dopo aver fatto il pieno di bevande fresche ci addentiamo sulla riva orientale del lago. Toikan è il nostro GPS e ci dà indicazioni sulla strada da seguire orientandosi non so come in un paesaggio che dà veramente pochi punti di riferimento. Sfruttando il periodo di secca passiamo per una striscia di terra che taglia a metà il lago e ci permette di arrivare sulle sponde occidentali del lago. Toikan ci indica un posto dove possiam riposarci un attimo. Sfruttando una nuvola scendiamo dalla macchina e a piedi raggiungiamo l’area ‘termale di Magadi’. L’acqua è bollente ed è praticamente impossibile entrarci a piedi nudi. Mi sento un po’ Indiana Jones: un esploratore in mezzo al nulla in un ambiente incontaminato che con difficoltà si ricorda di esploratori e avventurieri bianchi. Mi rigiro verso il matatu e ritorno alla realtà…magicamente un masai market di solo donne masai è spuntato dal nulla ed è ora ordinatmente distribuito a pochi metri dal matatu. Quel burlone di Toikan ha pensato di farci una bella sorpresa.
L’articolo e’ disponibile anche al blog A Nord Est di che…
Luca Marchina
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Leone o gazzella?

Sono le 5.30, ancora è buio ma fervono i preparativi in vista della gita giornaliera che ci porterà alla scoperta dell’Hell’s Gate e delle sue gole. Hell’s Gate è un parco poco turistico che si trova a pochi chilometri dalla città di Naivasha e dall’omonimo lago. L’Hell’s Gate ha però una caratteristica che lo rende unico e per questo speciale: è l’unico parco del Kenya (insieme a Bogoria) che si può visitare a piedi o in bicicletta. Fare un safari in piedi su un matatu col tettuccio alzato è divertente ma farlo a piedi o in bicicletta è eletrizzante…tanto quanto il fresco mattutino di Naivasha. Ma ci sono felini nel parco? La Lonely Planet dice di sì e come spesso succede la Lonely Planet poco ci azzecca. Io che ci son stato 25 volte e non ho mai visto manco un micio.

Mi han detto che a volte in periodi estremamente secchi si possono vedere degli elefanti di passaggio, ma anche quelli io non li ho mai visti. Senza pensar troppo all’idea di esser mangiati da un leone arriviamo al cancello del parco e ci attende la più ardua delle sfide: scegliere la bicicletta con meno problemi meccanici. Un freno solo, impossibile cambiare marcia ma almeno le ruote son gonfie. Andata! Distribuisco biciclette a destra e a manca. Sono le 7 il sole colora d’arancio il canyon alla nostra destra dove i babbuini si sono messi a prendere il primo sole del mattino.

“Ogni mattina, in Africa, una gazzella si sveglia, sa che deve correre più in fretta del leone o verrà uccisa. Ogni mattina, in Africa, un leone si sveglia, sa che deve correre più in fretta della gazzella, o morirà di fame. Quando il sole sorge, non importa se sei un leone o una gazzella: L’importante è che cominci a correre…”. Decido quindi di farmela di corsa, non so se sarò leone o gazzella ma poco importa. Dopo 300 metri, in discesa peraltro, mi pare di morire ma si tratta solo di ‘rompere il fiato’. Zebre, gazzelle e antilopi sono alla nostra sinistra in un’ampia piana, anche loro infreddolite.Inizia la salita, l’aria è pulitissima, entriamo in un paesaggio dalla vegetazione più fitta: un dik dik corre senza meta mentre una giraffa spunta sopra un acacia in lontananza. Continuiamo a salire, i battiti crescono, il respiro si fa affannoso ma si stringono i denti. Scolliniamo e davanti a noi si erge Longonot, un vulcano spento che arriva fino ai 2800 metri d’altezza. La discesa è più lenta della salita a causa delle ginocchia malandate dalla pallacanestro.

Non saltello come una gazzella per intenderci. Forse allora son un leone? Svoltiamo a sinistra e si apre davanti a noi un’immensa piana. Stop!!! Ci dobbiam fermare perché nella piana ci sono anche 60 bufali che appena si accorgono di noi si fermano e ci fissano. Ora ogni bufalo africano che si rispetti è grande come un matatu quindi diciamo che non è propriamente il miglior incontro da fare. In realtà i bufali se in gruppo son pericolosi solo se attaccati…ben diverso il caso dei bufali solitari che son incazzosi a prescindere e dai quali è bene guardarsi. Ad ogni modo 60 bufali/matatu che mi fissano m’intimoriscono e non poco.  Dopo aver preso un bel respiro e con l’adrenalina alle stelle si parte e si corre in mezzo al branco di bufali, facendo attenzione a non guardarli troppo negli occhi.
Una volta in salvo ho modo di sperimentare la stupidità dei facoceri, animali carini e divertenti ma dalla memoria cortissima. Un facocero mi vede correre nella sua direzione e inizia a scappare impaurito, dopo 10 metri si ferma e si chiede ‘Perchè sto scappando?’. Non si sa dare una risposta ma girandosi mi vede e torna a scappare impaurito. Altri 10 metri e poi ancora una domanda: ‘Perché sto scappando?’ e così farà per altre 3 volte.  Il freddo mattutino nel frattempo si tramuta in caldo africano corredato da un ambiente secco e polveroso ma per fortuna siamo arrivati alle ‘gole del diavolo’.
Si scende con una guida comunitaria e si passeggierà nel letto di un piccolo torrente scavato in un magnifico canyon. Un ambiente unico che è stato teatro di alcune riprese di Tomb Raider II (film bruttissimo peraltro, mi son addormentato tutte e due le volte che ho cercato di vederlo). La gita nelle gole alterna sentieri contorti, salti e piccole scalate ma è una camminata adatta a tutti. Le guide locali si trascineranno dietro anche i meno atletici del gruppo. Risaliamo dalle gole e ad attenderci c’è il matatu che ci riporta in campeggio. Pranzo veloce e poi di nuovo in pista con un bel giro in barca. Il lago ospita una quantità incredibile di ippopotami che girovagano vicino a riva, sembrano quasi annoiarsi. Qualcuno fa notare che sbadigliano a ripetizione. Questo non è un buon segno, vuol dire che son infastiditi, meglio andare via…l’ippopotamoè pur sempre sul gradino più alto del podio degli animali selvatici più pericolosi del Kenya insieme al bufalo e al rinoceronte nero.
Si torna al campeggio e il matatu ci attende già accesso e rombante: destinazione Nairobi.
Potete leggere l’articolo anche sul blog A Nord Est di che…
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Un safari sul lago Baringo

La sveglia del cellulare continua morbosamente a ripetere: “It’s time to get up. It’s five thirty”, ogni volta che lo ripete il volume cresce, un incubo? No la triste realta’! Mi chiedo: perché l’ho fatto di svegliarmi cosi’ presto? Mi ritrovo alla guida di un matatu con un occhio aperto e uno ancora in vacanza.

Alle 6 nel buio totale tipico dei villaggi africani scendiamo in riva al Lago Baringo. Joseph spunta fuori dal nulla e ci assicura che tutto e’pronto. Saliamo su una piccolo lancia a motore e si parte per un safari lacustre.

Il sole all’equatore sale molto velocemente e colora il cielo con delle tinte magnifiche che vanno dal fucsia all’arancione, uno spettacolo magnifico che solo le nuvole mattutine possono disturbare. Anche il secondo occhio si apre. Gli input che si ricevono in circa 2 ore e mezza di gita sono tantissimi: l’alba e i suoi colori, gli ippopotami, i coccodrilli, le numerosissime specie di uccelli, i pescatori con le loro barche di balsa, i paesaggi, gli abitanti di Ol Kokwe Island.

Quando il sole e’ alto Joseph fa il numero ‘dell’aquila pescatrice’: compra 1 pesce dai pescatori che si avvicinano sulle loro minuscole barchette di balsa, mette nella bocca  del pesce un pezzettino di legno che servira’ a tenere a galla il pesce, fa ampi gesti all’aquila pescatrice che scopriamo essere un puntino nero appollaiato su un acacia a oltre 400 metri di distanza, lancia il pesce a circa 3 metri dalla nostra lancia e in due battiti d’ala l’aquila pescatrice arrivera’ con la sua eleganza per fare colazione.

Scendiamo quindi dalla barca e incontriamo gli abitanti dell’isola Ol Kokwe, una comunita’ di masai pescatori che vivono lontani da qualsiasi tipo di comodita’ ed agio. Visitiamo il villaggio, la sua flora, le costruzioni per l’essicazione e la conservazione del pesce. Stiam per ripartire ma con un tempismo perfetto ed imbarazzante appare davanti a noi il tipico ‘masai market’ improvvisato dove le donne del villaggio provano a piazzarci braccialetti masai sgargianti in cambio di pochi scellini o di qualcosa da barattare.

Ripartendo notiamo che di fronte a noi ci sono altre due isolette e chiediamo a Joseph chi ci abiti. Un isola e’ privata: ci vive un uomo masai con le sue 5 mogli, i suoi numerosi bambini e gli ancor piu’ numerosi capretti. L’altra isola e’ invece conosciuta come l’isola del diavolo e tutta la comunita’ di Baringo se ne sta alla larga. Si dice che di notte gli spiriti la abitino e per questo spesso si sentono urla provenire da quell’isola. Superstizione? Macche’ dopo un pressing asfissiante Joseph ci rivela che in realta’ l’isola viene utilizzata per fare festini privati in mezzo a delle rilassanti piantagioni verdi…le leggende sull’isola son state create ad hoc per tenere lontano i curiosi.

Si ritorna a riva, il safari lacustre e’ stato molto intenso e ha ripagato la levataccia. Son le 8.30 del mattino ma sembra gia’pomeriggio! Ci sediamo per un ottima colazione e poi si parte alla volta dell’Elementaita Lodge dove ci aspetta un lauto pranzo a buffet. C’e’ tempo pero’ per un divertente fuori programma off road. Avendo piovuto il giorno precedente a meta’ strada tra Baringo e Marigat un fiume stagionale marrone e con una corrente piuttosto forte incrocia la strada. Sicuri del nostro matatu e con baricentro basso grazie al peso entriamo per circa 50 cm nell’acqua e riusciamo ad attraversare il guado lungo una decina di metri. This is Africa!

Il pranzo a Elementaita sara’ esagerato sia per la quantita’ e varieta’ del cibo che per i paesaggi che dalla terrazza danno sul lago Elementaita, lago alcalino e patrimonio dell’umanita’ Unesco dal 2011. Il pomeriggio ci aspetta una bella camminata che ci portera’ fino alle rive del lago dopo aver attraversato una foresta di acacie. Il lago Elementaita cambia moltissimo a seconda dei periodi: verde e rigoglioso durante e dopo la stagione delle pioggie, ocra e polveroso nei periodi secchi. Uno spettacolo!

Ripartiamo nel tardo pomeriggio, prossima tappa Lago Naivasha!

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Il Lago Baringo e Joseph

Lo dico sin da subito:  il Lago Baringo e’ uno dei posti che preferisco in Kenya. Non so spiegare il perche’ ma mi seduce ogni volta per la sua semplice e naturale bellezza. Mi piace tornarci anche solo con il pensiero per respirare un po’d’aria pulita e sentirmi a cavallo tra il Kenya agricolo della Rift Valley e il Kenya settentrionale, desertico e isolato.

Si parte di prima mattina da Kericho e si scende fino a Nakuru, ci si lascia quindi alle spalle l’autostrada per svoltare a sinistra su una stradina tortuosa e fatta di saliscendi che vi portera’ fino a Marigat. Il paesaggio cambia gradualmente ma costantemente: scompare la vegetazione rigogliosa e i campi coltivati per dare spazio a terra e arbusti che iniziano a preannunciare il deserto. Baringo è il lago più settentrionale della Rift Valley ma, come anche Bogoria, è un po’ defilato rispetto alle rotte più affollate e del turismo di massa. Potrete quindi vivere e sentire sulla vostra pelle le bellezze naturali e culturali di questo luogo fantastico. Il tramonto dal picco che da sul lago e l’alba dalla barca coloreranno il lago con le piu’ variegate ed incredibili tonalita’. Uno spettacolo unico al mondo. Baringo deve il suo nome deriva dalla parola kalenjin “mparingo” che significa “lago”.

Un flashback e’ d’obbligo. La prima volta che son arrivato a Baringo coi mezzi pubblici e’ stato un viaggio della speranza. Fino a Nakuru nessun problema. La tratta Nakuru-Marigat invece un inferno: in 65 persone e una decina di polli (vivi) schiacciati su un pulman da 50 posti, sotto il sole del mezzogiorno equatoriale e tutti terribilmente sudati ed appicicaticci (anche grazie all’intelligente scelta di ricoprire i sedili con un velluto non propriamente estivo). Da Marigat a Baringo ci vogliono 30 minuti e i mezzi pubblici sono auto-taxi comunitari, station wagon di marca giapponese che portano dalle 8 alle 12. Ci caricano nel bagagliaio…di nuovo sciacciati…la maglietta fa decoupage con la pelle! Un’anziana donna masai sale probabilmente per la sua prima volta su una macchina, per tre volte cerca di chiudere la portiera e per tre volte si schiaccia le dita tra portiera e telaio, senza fare una piega e mantenendo inalterato lo sguardo orgoglioso tipico masai. Al quarto tentativo di chiusura della portiera l’autista scende e aiuta la nonnina a chiudere la portiera…va bene l’orgoglio masai ma forse meglio aiutarla a tornare a casa con e 5 le dita attaccate alla mano. Arrivati a Baringo il nulla, qualche casa e 2 alberghi. A differenza delle zone turistiche del Kenya dove una mandria di guide turistiche mi avrebbe accolto qui non c’e’ nulla e nessuno. Dopo un po’ mi faccio coraggio ed entro in una stanza gestita da una cooperativa comunitaria di barcaioli, e’ qui che conosco Joseph, e’ qui che inizio a conoscere Baringo.

Joseph e’ un tipo originale, non propriamente la tipica guida turistica ma sicuramente una persona affidabile, poco invadente e sempre in orario…cosa abbastanza rara in Africa. Joseph e’ di origine Turkana, in piena zona desertica e a due passi dal Sud Sudan. Neanche lui sa come ma si e’ritrovato a vivere al lago Baringo e questa e’ diventata la sua nuova terra. Joseph vive una realta’ parallela rispetto a quella di noi umani, e’ un devoto rastafariano, si ispira a Haile Salassie e gira con gingilli gialli, rossi e verdi appesi ovunque; lo sguardo e’ principalmente perso nel vuoto ma appena sollecitato da domande e curiosita’ reagisce brillantemente agli impulsi e sempre con una qualche curiosita’ o storia tradizionale; il suo ritmo vitale e’ pole pole (letteralmente lento) in perfetta sincronia con lo scorrere della vita per gli abitanti di Baringo. Joseph mastica spesso la miraa. Per chi non la conoscesse la miraa (o Khat) e’ una pianta il cui utilizzo e’ legale in Kenya e illegale nella maggior parte dei paesi del mondo. Secondo wikipedia (e secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanita’) la miraa e’ una droga di natura anfetaminica a spiccato effetto psicotropo, euforizzante e reprimente gli stimoli di fame e fatica, ha anche un notevole effetto analgesico. Joseph la mastica per abitudine, perche’ non ne puo’ fare a meno e per sopperire alla fame e alla fatica.

Joseph conosce ogni persona di Baringo e ogni angolo del lago, e’ la persona giusta nel posto giusto…un unica controindicazione: la prima volta che l’ho conosciuto ho fatto l’errore di chiedergli se conosceva un posto economico dove mangiare pollo e patatine. Mi ha preso troppo sul serio e mi son ritrovato in tavola un pollo cotto a meta’ e con i peli attaccati alla pelle…in compenso il pollo piu’ economico che abbia mai mangiato in Kenya.

Luca Marchina

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Kericho: gli unici punti bianchi in un mare verde.

8 a.m. Wake up! Alla mattina ci si sveglia acciaccati, dopo 4 giorni in Kenya il tipico mal di schiena da matatu inizia a farsi sentire. La fame di scoprire cose nuovo si alterna alla voglia di starsene a letto a dormire. Il cielo coperto e il fresco tipico dell’agosto kenyano non aiutano certo ad alzarsi.

Oggi  sara’ poca la distanza stradale da percorrere ma sara’ tanta la distanza culturale, di tradizioni e di stili di vita che dovremo coprire, ci lasciamo alle spalle la terra luo per entrare in terra Kalenjin. Kalenjin? Gia’ sentito? La prima cosa che dovrebbe venirvi in mente a sentire questo nome sono le scarpe da corsa Kalenji della Decathlon. Il nome non è di fantasia ma è stato invece ‘rubato’ al gruppo etnico dei Kalenjin, il terzo in ordine di grandezza in Kenya. Per completezza la Decathlon ha ‘rubato’ anche il nome delle tende Quechua dall’omonima popolazione che vive tra Peru’, Bolivia ed Ecuador.

I kalenjin in realtà non formano un vero e proprio gruppo etnico omogeneo ma sono invece la somma di tanti piccoli gruppi etnici accorpati al tempo del colonialismo considerando la continuità geografica delle terre da loro abitate e una certa omogeneità di lingua e storia. I kalenjin sono famosi per essere i migliori corridori al mondo (mezzofondo e maratona) questo per la loro naturale e culturale propensione alla corsa. Avete presente tutti quei kenyani che monopolizzano tutte le maratone, da quella di Paese a quella di New York? Il 95 % son Kalenjin. Per loro correre è la cosa più naturale del mondo. Fin da piccoli si svegliano, corrono per raggiungere la scuola e poi corrono per andare ad allenarsi. Una volta finiti gli allenamenti tornano a casa, correndo.

Dopo una lauta colazione si parte alla volta della citta’ Kericho, capoluogo dell’omonimo distretto che si trova nella parte sudoccidentale del Kenya e si erge sulle colline della Rift Valley. Grazie alla sua altitudine oltre i 2000 metri e alle sue pioggie giornaliere Kericho e’ terra di produzione del migliore te nero africano. Il Kenya e’ il quarto produttore mondiale di te dopo la Cina, lo Sri Lanka e l’India. Il paesaggio che s’incontra e’ di una bellezza rara con campi verdi che si stagliano per circa 40 Km. Benvenuti nel mondo della monocultura e delle multinazionali del te. La piu’ conosciuta e’ sicuramente la Unilever (produttrice del te Lipton) ma ce ne sono tante altre. Sulla scia del successo della campagna ‘Diciamo no all’uomo Del Monte’ molte multinazionali per paura di finire nell’occhio del ciclone han dovuto migliorare gli standard retributivi e offrire servizi alle comunita’ ospitanti. A Kericho le multinazionali han costruito case per i loro dipendenti ma anche scuole, cliniche, centri ricreativi e chiese. Tutto ruota attorno alle attivita’ di produzione del te con tutti i lati positivi e negativi che questo puo’ avere. Il lavoro a Kericho non e’ difficile da trovare…ovvio pero’ che ci sia poca scelta e che il grosso dei profitti se ne vada in Europa a riempire le tasche al marchio che oltre al te Lipton fa anche  la maionese Calve’, i bastoncini Findus, i gelati Algida, il dentifricio Mentadent, il profumo Axe e pure il Cif. Una piccola casa e’ accessibile a molti anche perche’ spesso data dalla multinazionale stessa…certo pero’ che ci si deve accontentare di abitare in un’anonima casetta circondata da altre centinaia di casette tutte uguali, in fila, regolari, tutte terribilmente bianco panna…sembra di vedere tante case dei Puffi. La cosa fa sorridere: la multinazionale iper capitalista che per massimizzare spazio e moneta costruisce case sul modello del villaggio comunista piu’conosciuto al mondo, quello dei Puffi per l’appunto.

Lasciamo la strada asfaltata ed entriamo in una strada sterrata che ci porta fino alla Momul Tea Factory, gestita dal consorzio kenyano KTDA. Ad accoglierci un responsabile dell’azienda che ci da dei camici bianchi che ci riportano con la mente agli esperimenti di chimica delle superiori. Visitiamo tutta l’azienda seguendo tutto il percorso del te: dalla ricezione allo sminuzzamento, ai vari pasaggi di essicazione fino all’impacchettamento…e chiaramente alla degustazione. Nel pomeriggio invece andiamo in campo a vedere e realizzare noi stessi l’unico processo, e in realta’ il piu’ importante, che ci siam persi…ossia la raccolta del te. Siamo gli unici punti bianchi in un mare verde.

La serata a Kericho passa veloce su morbidi divani e davanti ad un caminetto accesso. Chi agli amici ha raccontato che andava in Kenya, alla ricerca del sole e del caldo africano rimarra’ deluso.

La crema solare utilizzata a Mathare e’ ormai un ricordo.

Luca Marchina

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Il Kenya rurale: il villaggio di Ramogi

Sondu è una colorata cittadina africana inerpicata su un terreno costantemente ondulato e conosciuta per le coltivazioni di te e di patata dolce. Nel suo mercato potete trovare qualsiasi tipo di frutta e verdura fresca di giornata e ad un prezzo molto più che equo. E’ impossibile trovare Sondu segnalata su una Lonely Planet, è una città di passaggio, che si trova a metà strada da tutte le principali città della zona: 52 Km da Kisumu, 61 Km da Kisii e 45 Km da Kericho.

Lasciamo la strada principale e saliamo per una strada sterrata di terra rossa costellata ovunque di sassi e rocce che ci conduce fino a Ramogi, il villaggio nativo di Dominic Otieno, vicepresidente di Karibu Afrika (Kenya). Come spesso accade in Kenya non possiamo dire con esattezza quanto durerà questo viaggio, le distanze sembrano ogni volta cambiare a seconda delle condizioni atmosferiche e del periodo dell’anno. Durante la stagione secca il viaggio s’aggira sui 30 minuti mentre durante la stagione delle pioggie dovrete fare affidamento principalmente alle capacità off road del vostro guidatore e sperare che la strada non sia interrotta da qualche masso sceso a valle, dalla melma o da fiumi stagionali. In caso di problemi l’unica possibilita’ sarà una sana passeggiata a piedi.

Arrivati a Ramogi inizierete a respirare l’aria pulita della Nyanza Province: il Kenya agricolo e rurale dove piccoli agglomerati di case con i loro campi agricoli si susseguono e si distribuiscono omogeneamente su tutto il territorio. Ogni agglomerato  corrisponde ad una famiglia: le abitazioni sono disposte a ferro di cavallo, secondo una tradizione che si tramanda da secoli. La casa di testa è sempre quella del capofamiglia mentre i figli, in ordine d’età, costruiranno le loro case sui due lati, allontanandosi progressivamente dal capofamiglia. Le case sono costruite con i materiali che si trovano sul posto: legno, sabbia e sassi. A Ramogi non c’è l’elettricità, non ci sono negozietti o bar, il telefono non ha campo (e per ricaricarlo si deve salire alla scuola secondaria più vicina, che si trova a circa 20 minuti di camminata). Gli abitanti vivono principalmente di agricoltura e allevamento di sussistenza.

Appena arrivati Enok, il papa’ di Dominic, nonchè capofamiglia, farà accommodare gli ospiti nel salotto di casa sua per un sermone introduttivo. Ci si sente subito a casa e viene la pelle d’oca ad ascoltare Enok parlare in inglese, in una stanza in penombra seguendo gli appunti che nei giorni precedenti si è annotato su un foglio di carta.  L’inglese è la terza lingua di Enok dopo il luo e il kiswahili, ma per rispetto degli ospiti questa è la lingua veicolare utilizzata per spiegare le tradizioni luo, le storie e i miti di Ramogi. Si continua a parlare passeggiando per le colline di Ramogi che offrono dei panorami stupendi sui villaggi vicini, fino al Lago Vittoria, a 15 Km circa di distanza in linea d’aria.

Da Ramogi e dai villaggi della zona sono partiti moltissimi giovani alla ricerca di fortuna in città, principalmente a Kisumu e a Nairobi. Dominic è partito all’età di 14 anni, per continuare gli studi a Nairobi, dove viveva con il padre nella baraccopoli di Mathare. Oggi, a quasi 38 anni,  Dominic vive ancora a Mathare dove è stato raggiunto dai fratelli Philip e Paul. Una domanda ricorrente in Kenya e’: cosa spinge tutte queste persone a lasciare le zone rurali per tentare la sorte in città? Perchè Dominic ha scelto di vivere in una baracca grande 2,5 metri per 3 metri con moglie e figlio, sperando di sbarcare il lunario abitando in una baraccopoli della capitale del Kenya, piuttosto che tornarsene in pianta stabile a vivere nel suo villaggio e nella sua casa con 3 camere da letto e un soggiorno, circondata dal verde delle colline di Nianza? Tentare di rispondere a questa domanda richiederebbe almeno 3 post!

Torniamo a noi… Ci si siede incuriositi e affamati (saranno circa le tre del pomeriggio) per un lauto pranzo preparato dalle donne del villaggio con dei fuochi organizzati all’aperto. La specialità della casa è l’ugali, il piatto tipico luo, polenta bianca di farina di mais rigorosamente senza sale, che ben si accompagna alla carne (pollo, pecora o mucca) che verrà servita in un sugoso brodino.Intendiamoci, la cucina kenyana non è niente di speciale ma un pranzo nel villaggio di Ramogi quello si che è speciale, un’esperienza fighissima che auguro a chiunque.

Prima dell’arrivo del buio ci si lascia alle spalle Ramogi, i suoi abitanti e i suoi colori per tornare a Sondu.

Una Tusker (birra kenyana) ghiacciata e due noccioline accompagneranno le chiacchierate serali che cercano di ripercorrere l’intensa giornata trascorsa.

Stanchi e felici, come nelle migliori giornate africane, si può andare a dormire!

Luca Marchina

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Un viaggio all’africana: dalla capitale alla Luo land

Dopo aver assaporato negli scorsi post le contraddizioni di Nairobi è ora tempo di partire, di lasciarsi alle spalle la capitale e d’iniziare un viaggio alla scoperta del Kenya rurale, delle bellezze culturali e naturalistiche non percorse dal turismo di massa… destinazione Sondu, Nyanza Province, Luo Land!

Si parte da Nairobi il lunedì mattina, il mezzo di trasporto è il matatu di Karibu Afrika. Scattante, divertente e spartano è il mezzo che si prenderà cura degli spostamenti in Kenya. La parte più difficile e noiosamente incasinata del viaggio di oggi è l’inizio: uscire dalla città. Seppure nella direzione opposta del flusso di traffico, percorrere la Naivasha Road alle 8 di mattina è sempre una sfida. Il tempo di percorrenza dipende dal livello di arroganza del guidatore e dal mezzo che guidate.

In Kenya per strada c’è solo una regola: “Non ci sono regole”, cosa comune peraltro con i Fight Club e con le corse Hash. Si entra sulla strada che collega Nairobi a Nakuru, qui la chiamano autostrada, a prima vista è spaziosa, con due corsie per ogni senso di marcia, con un bell’asfalto. Ma in Kenya quasi sempre l’apparenza inganna.

Elenco brevemente alcune esperienze e incontri particolari che ho fatto su quest’autostrada: la normale processione di pedoni che attraversano l’autostrada di corsa scavalcando la barriera di cemento armato che fa da divisione tra i due sensi di marcia; una gara ciclistica!!! chi arriva vivo vince?; una carro funebre con auto al seguito… in contromano; zebbre e babbuini ad un metro dalla carreggiata; una serie di dossi altissimi; la corsia a sinistra non percorribile ai più, troppo segnata nel tempo dal peso dei camion.

Arrivati a Limuru si esce dall’autostrada e si prende la Old Naivasha Road anche conosciuta come la “strada degli italiani”. Furono infatti i prigionieri di guerra italiani della seconda guerra mondiale a costruire questa strada che offre dei panorami mozzafiato. La strada è molto panoramica… pure troppo… la prima volta che ho guidato su questa strada  avevo i brividi. Dopo pochi chilometri ci si ferma ad uno dei numerosi punti panoramici che vi daranno una visuale a 180 gradi sulla Rift Valley, un salto nel vuoto di oltre 400 metri. Sarete assaliti dai famosi vu cumpra’ della Rift Valley, alquanto agguerriti a cercare di vendervi qualsiasi prodotto artigianale kenyano ad un prezzo speciale solo per turisti bianchi… il doppio almeno! La Rift Valley è una spaccatura della crosta terrestre che ha creato un immenso corridoio, largo tra i 20 e i 100 km, che si estende per circa 5.000 km dalla Siria al Mozambico. In Kenya la faglia attraversa il paese in direzione nord-sud e comprende la zona dei laghi Turkana, Baringo, Bogoria, Nakuru, Elmenteita, Naivasha e Magadi. Si scende dai 2.241 metri d’altezza di Limuru ai 1.800 metri di Mai Mahiu per una strada impervia, costantemente in discesa e perennemente in curva a seguire le forme della collina. A destra la collina, a sinistra la Rift Valley, davanti e dietro di voi camion che scendono in prima marcia e ai 20 all’ora per non rischiare di schiantarsi. Un sandwich all’africana, un’esperienza tutta da ‘vivere’.

Da Mai Mahiu inizia invece una strada piacevolmente deserta che arriva fino a Sotik.

Anche questa strada è made in Italy (un azienda in questo caso) ed è senza dubbio la miglior strada del Kenya. Il vostro matatu alternerà salite e discese seguendo il naturale andamento delle colline in un panorama piacevole e dinamico: crateri di vulcani spenti, aree estremamente aride, branchi di zebbre e gazzelle, aree agricole e verdeggianti. Sotik è una cittadina misteriosa nel senso che chiunque abbia intrapreso il viaggio Nairobi – Sondu quando passa per Sotik sta dormendo, vuoi per i paesaggi che si fanno più monotoni, vuoi per il caldo di mezzogiorno, vuoi per la fame che inizia a farsi sentire. Dopo Sotik c’è ancora un oretta e mezza di macchina ed eccoci arrivati a Sondu, cittadina che segna la vostra entrata in Nyanza Province.

Karibu Sondu, benvenuti in terra Luo.

Luca Marchina

L’articolo e’ pubblicato anche sul blog A Nord Est di che…

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Nairobi, Mathare slum

Nello scorso post c’eravamo lasciati mentre acquistavamo sim card Safaricom all’ombra di un viadotto “made in China”. Ora, continuando in linea aerea nella direzione del viadotto per circa 4 Km arriviamo a Mathare, baraccopoli nella quale Karibu Afrika lavora dal 2004 in collaborazione con l’associazione di base Whynot. Dalla città, raggiungere Mathare con i matatu pubblici è tutta una variabile: un tempo dai 10 minuti alle 2 ore, un prezzo dai 10 ai 60 centesimi di euro, un rischio d’incidenti da zero a più infinito…tutto cambia a seconda del traffico!

Si dice che la prima volta non la si dimentica mai… questo è particolarmente vero per Mathare. I vostri rammolliti 5 sensi occidentali impazziscono perché  improvvisamente iper sollecitati.

A livello olfattivo gli odori sembreranno estremamente forti, duri… vivi! Si passa dall’odore d’immondizia, a quello di fritto, a quello di sudore, in certi momenti vi sembrerà quasi mancare il respiro. Fidatevi che dopo 2 settimane di Kenya il vostro sudore si sarà perfettamente allineato con lo standard kenyano: più intenso, più acre… più sudore insomma.

A livello uditivo può succedervi di tutto. Dato che la baraccopoli ha una densità di popolazione eccezionale i vari rumori tenderanno a scontrarsi e sovrapporsi: voci di studenti che ripetono all’infinito una filastrocca in inglese, bambini che v’inseguono scandendo ritmicamente qualcosa che suona come “Auariuuuu” (how are you dall’inglese), predicatori di qualsiasi religione che in preda a visioni mistiche ripetono alleluia ogni 6 secondi, la musica di un negozietto (nel 70% dei casi reggea), la cantilena ambulante di un vu cumprà che cerca di piazzare bacinelle di plastica, gli spari provenienti da un cinema di baraccopoli in cui stanno proiettando un film d’azione…

A livello visivo tutto dipende dal punto d’osservazione. Dall’alto vedrete un’accozzaglia di lamiere che si incrociano, sovrappongono e nascondono la maggior parte della vita reale di baraccopoli. Quando siete all’interno della baraccopoli la prospettiva cambia. Percorrete a piedi quelli che dall’alto sembravano cunicoli strettissimi e senza sbocco, incontrate persone che dall’alto sembravano formichine indaffarate, vi scontrate con la vita reale delle persone di Mathare, una vita che vi colpisce perchè inaspettatamente normale. Sarà quasi deludente vedere che si fa tutto quello che si fa a Nairobi, ci sono gli stessi servizi, gli stessi bisogni ma ad un prezzo che può essere anche 10 volte inferiore… di fatto possiamo considerare a tutti gli effetti Mathare una città nella città.

A livello tattile e gustativo il tutto dipende dal vostro coraggio… volete raccogliere qualcosa da terra? volete assaggiare le famose teste di pesce con un ottimo brodino?

La prima volta in baraccopoli per molti è un dramma psicologico. Potete arrivare preparati, avendo letto libri, sentito racconti e visto fotografie ma quando sarete in mezzo sarà completamente nuovo per voi! Sarà tutto molto spiazzante.

Karibu Mathare!

Luca Marchina

P.S. Mi permetto di consigliarvi una crema abbronzante per la vostra prima visita a Mathare: all’ora di pranzo le lamiere splenderanno di un giallo intenso che velocemente colorerà di un rosso accesso il vostro viso, effetto ‘scottatura da baraccopoli’… ed effetto serra direi!

Questo articolo e’ pubblicato anche sul blog A Nord Est di che…

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Karibu Afrika alle falde del Kilimangiaro!

Buona visione a tutti,

investite 11 minuti del vostro tempo nella visione di questo video….Karibu Afrika alle falde del Kilimangiaro!

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Nairobi e le sue contraddizioni: fra baraccopoli e matatu

Arrivare a Nairobi è come entrare in un supermercato urbano: si trova di tutto. Nairobi è una pura contraddizione e in questo post vorrei elencarvene alcune tra le più “divertenti”.

Vista dall’aereo Nairobi stupisce per il suo verde, distribuito un po’ ovunque all’interno della città, ma basta spostarsi di qualche chilometro ed eccoci a Dandora, discarica gigantesca, grazie alla quale vivono migliaia di persone che riutilizzano i rifiuti provenienti dalla Nairobi bene.

La dieta di ricchi e poveri a Nairobi è diversa, un esempio pratico: se andate a mangiare pesce in un albergo di lusso del centro vi serviranno il pesce senza la testa. Le teste vengono rivendute dai cuochi a imprenditori che le comprano per pochi centesimi di euro, per poi rivenderle fritte il giorno dopo lungo le vie delle baraccopoli.

Costo di una porzione di pesce in un albergo del centro: 30 euro, costo a Mathare: 30 centesimi. Forse per questo nelle baraccopoli si dice che mangiare la testa e le lische dei pesci aumenti l’intelligenza…

Nairobi è la capitale più selvaggia al mondo, in tutti i sensi. L’unica capitale ad avere un parco nazionale con leoni, rinoceronti, giraffe… a soli 8 km dal centro città! Dall’interno del parco si può osservare un mix d’animali ed in lontananza avere lo skyline di Nairobi. In certe zone di Nairobi poi è meglio chiudere le finestre all’ora di pranzo se a tavola non si vuole avere come ospite una scimmia… Ma Nairobi è selvaggia anche a causa di sgangherati ‘animali a motore’ che qui vengono comunemente chiamati matatu. Pulmini dal cuore giapponese che portano (in teoria) 15 persone, ma li ho sperimentati anche con 28 persone a bordo. Sono sudici, rumorosi, scomodi, non hanno fermate e ti fanno salire mentre sono in corsa. Di fisso hanno solo la fermata di partenza e quella d’arrivo, ma non il percorso che unisce i due punti. Tre i nemici: la polizia, i pedoni e i limiti della fisica. La fretta dei matatu è prettamente capitalistica e dettata dal motto “più corse fai, più guadagni”: viaggiano sui marciapiedi, in contromano, piegati a 40 gradi con le ruote nei fossi: ovunque. Un viaggio in matatu il venerdì pomeriggio è un’esperienza unica, anche divertente direi. A differenza dei rinoceronti, i matatu non sono in via d’estinzione. Come James Bond i matatu hanno licenza di uccidere.

A Nairobi si stima che il 70% degli abitanti viva nel 7% del territorio urbano, in una delle 178 baraccopoli della città. Per “fortuna” ora questa tendenza sta cambiando, essendo che anche nelle zone ricche han deciso d’impacchettarsi e ormai si costruisce solo in verticale, gustosi appartamenti/casermoni omologati stile Unione Sovietica e dalla dubbia resistenza in caso di terremoto.

Un’altra contraddizione “divertente” la si può sperimentare passeggiando per Kibera (o andando semplicemente su google earth dal vostro pc). C’e’ un bel muro che divide la baraccopoli più grande del Kenya dal Golf Course… 170.070 persone abitano a Kibera da una parte e dall’altra 4 che giocano a golf… e il Golf Course è grande un quarto di Kibera.

Per completezza di informazione preciso che 170.070 sono le persone censite nel 2009 ma ad ogni modo, ad uso e consumo della comunità internazionale e delle ONG pubblicitarie che vi lavorano sentirete spesso dire che sono 700mila, 1 milione o addirittura 2 milioni di persone residenti a Kibera. Ma forse, più del numero di abitanti, conta la densità della popolazione: nel villaggio di Kianda, uno dei tredici villaggi che compongono la baraccopoli, vivono 15.219 abitanti schiacciati in 0,19 Km quadrati, ossia una densità di 90.000 persone per Km quadrato che significa che ogni persona ha a sua disposizione 5×2 metri in cui vivere.

La prima giornata di Bianco-Nero si svolge qui, in centro a Nairobi, cuore pulsante del Kenya. Si cambiano i soldi sotto l’Hilton Hotel, si acquistano sim card Safaricom all’ombra di un viadotto “made in China” che parte da Tom Mboya Street, perpendicolare di Kenyatta Avenue,  strada principale del centro di Nairobi. Un viadotto futurista o un piano regolatore che fa acqua?

Hakuna matata (nessun problema) vi diranno appena arrivati in Kenya…i problemi ci sono eccome, ma la quotidianità tende a superarli.

Karibu Afrika (benvenuti in Africa)! Il viaggio puo’ iniziare.

Questo articolo e’ pubblicato anche sul blog A Nord Est di che…

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